sabato 1 febbraio 2014

ZONA MORTA



Anarchici che citano la costituzione

Anarchisti che si rifanno alle leggi dello Stato

è cercare verità già scritte e morte 

come epitaffi su lapidi di pietra

Ma la rogna è nella melma 

e qui dimora e qui si infogna

Tra le mezze verità poi 

c'è fame di potere 

e chi resta a digiuno lo rimane 

nella pancia e nel cervello

pronto a divorare nuovamente

sbavando su ogni lisca ed ogni seme

defecando codardia nella sua stessa anima

Restare a guardare o andarsene

spegnere il fuoco

o buttare benzina sul fuoco

Tutto sembra un reality

un film senza trama

Un nano secondo

e il mondo vero si allontana 

divorato da viltà e mediocrità

Ma la polvere incrosta le sinapsi

e certa gente proprio

non vuole capire

Zona morta

tra tasti digitali



El loco - Clown dell'ego

domenica 26 gennaio 2014

L'ORA SILENZIOSA



Che m'accadde, amici? Voi mi vedete turbato, ansioso di partire, obbediente contro la mia volontà, pronto ad andarmene – ahimè, andarmene lontano da voi!
Sì, ancora una volta Zarathustra deve tornare alla sua solitudine: ma a malincuore ritorna, questa volta, l'orso nella sua tana!
Che m'accadde? Chi impone ciò? Ahimè, così vuole la mia adirata signora! – vi ho già detto il suo nome?
Ieri sull'imbrunire, mi parlò l'ora mia più silente: questo è il nome della mia terribile signora.
E così avvenne – giacchè a voi debbo dir tutto, affinchè non s'indurisca il cuor vostro contro colui che deve improvvisamente partire!
Conoscete voi lo sgomento di colui che sta per addormentarsi?
Egli si spaventa fino alle dita dei piedi dal sentire mancare la terra ed incominciare il sogno.
Questo vi narro quale parabola. Ieri nell'ora più silenziosa mi mancò la terra: cominciò il sogno.
La sfera si mosse, l'orologio della mia vita prese fiato, mai ebbi intorno più profonda quiete: così n'ebbe paura il mio cuore.
Poi sentii parlarmi senza voce: «Lo sai tu, Zarathustra?».
Ed io gridai di spavento a quel sussurro, e impallidii: ma tacqui.
E di nuovo sentii parlarmi senza voce: «Tu lo sai Zarathustra, ma non lo dici!».
E risposi infine con arroganza: «Sì, lo so, ma non voglio dirlo!»
E di nuovo mi si parlò senza voce: «Tu non vuoi, Zarathustra?
È proprio vero? Non nasconderti dietro il tuo dispetto!».
E io piansi e tremai come un bambino, e dissi: «Ah, lo vorrei, ma come lo posso? Non obbligarmi a ciò! È superiore alla mia forza!».
E di nuovo si parlò senza voce: «Che m'importa di te, Zarathustra? Dì la tua parola e spezzati!».
Ed io risposi: «Ma è proprio la mia parola? Chi son io? Io attendo uno più degno di me; io non son degno d'essere infranto da quella parola».
E di nuovo mi si parlò senza voce: «Che importa di te? Tu non sei ancora abbastanza umile. L'umiltà ha pelle più dura».
E io risposi: «Che cosa non ha già sopportato la pelle della mia umiltà? Dimoro ai piedi della mia altezza: quanto sono alte le mie sommità? Nessuno me lo disse ancora. Ma io conosco bene le mie valli».
Allora fu detto ancora a me, senza voce: «Oh, Zarathustra, colui che ha da muovere le montagne, muove anche le pianure e le valli».
E io risposi: «Non trasportò ancora, la mia parola, alcun monte, e ciò che dissi, ancor non raggiunse gli uomini.
Io andai, è vero, tra gli uomini, ma non li toccai».
Un'altra volta mi si parlò senza voce: «Che ne sai tu di ciò? La rugiada cade sull'erba quando la notte è più silenziosa».
E risposi: «Essi mi schernirono quando trovai la mia strada e la percorsi, e in verità tremavano allora i miei piedi.
E così mi dissero: – Tu hai smarrito la via, ora non saprai più neppur camminare!».
E di nuovo mi si parlò senza voce: «Che importa del loro scherno! Tu sei uno che disimparò ad obbedire: devi ora comandare!
Non sai tu, chi è più necessario di tutti? Colui che comanda grandi cose.
Operare egregie cose è difficile: ma è più difficile il comandarle.
Questo è il tuo più imperdonabile fallo: tu hai la potenza e non vuoi dominare».
E risposi: «Mi manca la voce del leone per comandare».
E di nuovo come un bisbiglio fu detto: «Le più tranquille parole sono quelle che portan tempesta. I pensieri che giungono su ali di colombe governano il mondo.
O Zarathustra, tu devi camminare come l'ombra di ciò che deve giungere: così tu comanderai, e procederai comandando».
Risposi: «Io mi vergogno».
Allora di nuovo mi si parlò senza voce: «Tu devi tornare bambino e senza pudore.
L'orgoglio della gioventù è ancora in te: tardi ti venne la giovinezza: ma chi vuol ridivenire bambino, deve saper superare anche la sua giovinezza».
E io meditai a lungo e tremai. Ripetei finalmente ciò che avevo detto prima: «Non voglio».
Allora mi circondarono scrosci di risa. Ahimè, quanto mi dilaniaron le viscere quelle risa, e come mi squarciarono il cuore!
E per l'ultima volta mi si parlò senza voce: «Oh, Zarathustra, i tuoi frutti sono maturi, ma tu non sei per essi maturo!
Devi perciò ritornare alla tua solitudine: giacchè devi ancora divenire maturo».
E di nuovo ci fu come un riso e una fuga: poi mi si fece intorno silenzio, quasi un doppio silenzio. Ma io giacevo al suolo, e il sudore mi bagnava le membra.
– Voi udiste ora tutto, e perchè debba fare ritorno alla mia solitudine. Nulla io tacqui, amici miei.
Ma questo pure imparaste da me, che ancora, sempre, sono il più discreto fra gli uomini – e voglio essere tale!
Oh, miei amici! Avrei a dirvi ancora qualcosa, qualcosa a donarvi! Perchè non ve la dò? Son forse avaro?...

Quando Zarathustra ebbe pronunciate queste parole, lo assalì un violento dolore per la prossima partenza dagli amici; così che pianse dirottamente; e nessuno riuscì a confortarlo. E durante la notte egli se ne andò, solo, abbandonando gli amici.

Così parlò Zarathustra 
F. Nietzsche

martedì 21 gennaio 2014

DAVANTI AI MIEI DELIRI



Seduto davanti ai miei deliri,
mi chiedo adesso se,
sia il membro maschile,
sferrato come la spada,
più penetrante della parola!

Certamente quel "genere" di spada,
di rigida consistenza affonda,
al più, qualche centimetro di carne,
quando la parola trapassa costole,
cuore, torace tutto e l'anima intera!

Quindi la parola senza dubbio...
Ahimè, anima mia,
optai per il silenzio,
che di carni sfatte: è pieno il mondo!

Le acerbe fattezze,
son marcite sugli alberi,
a terra vedo solo nudi noccioli
in attesa di germogliare!

Acque dal cielo,
lavate questa putrida terra,
che di nuova vita,
necessita questo immenso marciume!

[velenelvento]

martedì 31 dicembre 2013

CHE CREPI IL VECCHIO MONDO!



Ah! Ah! È Capodanno! 
La voce chiara del ragazzo e la voce spezzata del vecchio intonano la stessa ballata: la ballata dei voti e degli auguri. 
L'operaio al suo padrone, il debitore al suo creditore, l'inquilino al suo proprietario, ripetono lo stesso ritornello del buono e felice anno. 
Il povero e la povertà se ne vanno per le strade a cantare la cantilena della lunga vita. 
Ah! Ah! È Capodanno! 
Bisogna che si rida! Bisogna che ci si diverta. Che tutti i volti assumano un atteggiamento di festa. Che tutte le labbra lascino sfuggire i migliori auguri. Che su tutte le facce si disegni il ghigno della gioia. 
È il giorno della menzogna ufficiale, dell'ipocrisia sociale, della carità farisaica. È il giorno dell'imbroglio e del falso, è il giorno dell'apparenza e del convenuto. 
I volti si illuminano e le case si rischiarano! E lo stomaco è nero e la casa è vuota. Tutto è apparato, tutto è apparenza, tutto è artificiale, tutto è inganno! La mano che stringe la vostra è un artiglio o una zampa. Il sorriso che vi accoglie è un ghigno o una smorfia. L'augurio che vi riceve è una bestemmia o una beffa. 
Nella voracità degli appetiti, è l'armistizio, è la tregua. Nell'avido scempio delle battaglie, è Capodanno. 
Si sente l'eco che rimanda la voce del cannone e che ripete il fischio della fabbrica. La mitraglia fuma ancora e ancora la caldaia lascia sfuggire il vapore. L'ambulanza trabocca di feriti e l'ospedale rifiuta dei malati. La granata ha aperto questo ventre e la macchina ha tagliato questo braccio. I crimini delle madri, i pianti dei bambini fanno risuonare alle nostre orecchie la spaventosa melodia del dolore, sempre lo stesso. 
La bandiera bianca sventola: è l'armistizio, la tregua, per un'ora e per un giorno, le mani si tendono, i visi si sorridono, le labbra balbettano parole d'amicizia: sogghigni d'ipocrisia e di menzogne. 
Lunga vita a te, proprietario, che mi getterai sul selciato della città senza preoccuparti del freddo e della pioggia? 
Lunga vita a te, padrone, che mi hai sottratto questi ultimi giorni, perchè il mio corpo era indebolito dopo la dura malattia che ho contratto al tuo servizio? 
Lunga vita, lunga vita a voi tutti, panettieri, droghieri, bottegai, che tenevate in pugno la mia povertà con i vostri vergognosi balzelli e che facevate commercio di ogni mio bisogno, di ogni mio desiderio? 
E lunga vita e buona salute a tutti, maschi e femmine fiaccati dalla civiltà: buon anno a te, operaio onesto; a te, ruffiano regolare; a te, catalogata dal matrimonio; a te, registrato nei libri della questura; a voi tutti di cui ogni atto, ogni passo, è un atto e un passo contro la mia libertà, contro la mia individualità? 
AH! AH! Lunga vita e buona salute? 
Volete dei voti, eccoveli. 
Che crepi il proprietario che possiede il posto dove distendo le mie membra e che mi vende l'aria che respiro! 
Che crepi il padrone che, per lunghe ore, fa passare l'aratro delle sue esigenze sul campo del mio corpo! 
Che crepino questi lupi famelici che riscuotono la decima sul mio sonno, sul mio riposo, sui miei bisogni, ingannando il mio spirito e avvelenando il mio corpo! 
Che crepino i catalogati di tutti i sessi con i desideri umani che si soddisfano solo con promesse, fedeltà, denaro e insulsaggini! 
Che crepi l'ufficiale che ordina l'assassinio e il soldato che gli ubbidisce; che crepino il deputato che fa la legge e l'elettore che fa il deputato! 
Che crepi il ricco che si accaparra una così larga fetta del bottino sociale, ma crepi soprattutto l'imbecille che gli prepara il pastone. 
Ah! Ah! È Capodanno! 
Guardatevi dunque attorno. Sentite più viva che mai la menzogna sociale. Il più ingenuo di voi riconosce ovunque l'ipocrisia vischiosa dei rapporti sociali. La falsità appare ad ogni passo. Questo giorno, è la ripetizione di ogni altro giorno dell'anno. La vita odierna non è fatta che di menzogne e di artifici. Gli uomini sono in perenne battaglia. I poveri ciondolano dal sorriso della custode al ghigno della bettola e i ricchi dall'ossequità del lacchè alle lusinghe della cortigiana. Facce glabre e maschere di gioia. 
La carezza della puttana equivale al sorriso della moglie. E la protezione del magnaccia somiglia a quella del marito. Espedienti e interessi. 
Perchè noi si possa un giorno cantare la vita in piena naturalezza, bisogna — diciamolo a voce alta — abbandonare il convenuto e fare un cinico augurio; che crepi il vecchio mondo con la sua ipocrisia, la sua morale, i suoi pregiudizi che avvelenano l'aria e impediscono di respirare. Che gli uomini decidano d'un tratto di dire ciò che pensano. 
Facciamo un Capodanno in cui non si faranno voti e auguri bugiardi, ma in cui, al contrario, si getterà il proprio pensiero in faccia a tutti. In questo giorno, gli uomini comprenderanno che non è possibile vivere in una simile atmosfera di conflitto e di rivalità. Cercheranno di vivere in un altro modo. Vorranno conoscere le idee, le cose e gli uomini che impediscono loro di essere più felici. 
La Proprietà, la Patria, gli Dei, l'Onore rischieranno di essere scaraventati nella fogna assieme a coloro che vivono di questi fetori. 
E sarà universale questo augurio che sembra così minaccioso e che eppure è traboccante di dolcezza: 

che crepi il vecchio mondo! 

Albert Libertad

[l'anarchie, n. 90, dicembre 1906]

lunedì 30 dicembre 2013

DELLA SAGGEZZA UMANA



Non l'altezza: ma la china è terribile!
La china ove lo sguardo precipita nel vuoto, e la mano s'aggrappa all'alto. Allora il cuore prova la vertigine della sua duplice volontà.
Ahimè, amici miei, indovinate voi bene la duplice volontà del mio cuore?
Questa, questa è la mia china e il mio pericolo, che il mio sguardo si volga alla sommità mentre la mia mano vorrebbe sostenersi – nell'abisso!
La mia volontà s'aggrappa all'uomo, con catena m'allaccio all'uomo, perchè sono attirato verso l'alto, verso il superuomo: giacchè è là che tende l'altra mia volontà.
E per questo io vivo quale cieco tra gli uomini, come se non li conoscessi: affinchè la mia mano non perda interamente la sua fede in ciò ch'è saldo.
Io non vi conosco, o uomini; questa tenebra e questo conforto si distendono spesso sopra di me.
Seggo sotto il portico alla mercè d'ogni ribaldo e chiedo: chi vuol ingannarmi?
Questa è la mia prima prudenza umana, lasciarmi ingannare per non dover stare in guardia contro gl'ingannatori.
Ah, se mi mettessi in guardia contro gli uomini, come potrebbe esser l'uomo un'ancora per il mio pallone?
Troppo facilmente esso mi trascinerebbe in alto e lontano!
Questa provvidenza vigila contro il mio fato, che io debba essere senza cautele.
Chi non vuol morire di sete tra gli uomini deve imparare a bere in tutti i bicchieri: e chi desidera rimaner puro tra gli uomini, deve imparare a lavar sè stesso anche con l'acqua sporca.
E così parlai sovente a me stesso per confortarmi:
«Ebbene! Su! Mio vecchio cuore! Ti fallì una sventura: godi di ciò come della tua – fortuna!».
Ma questa è la mia seconda prudenza umana: io risparmio i vanitosi più degli orgogliosi.
Non è forse la vanità ferita madre d'ogni tragedia? Ma dall'orgoglio ferito, nasce sempre qualcosa ch'è migliore dello stesso orgoglio.
Affinchè la vita sia buona a contemplarsi, dev'essere rappresentata bene: ma si richiedono a ciò buoni attori.
Buoni attori trovai tutti i vanitosi: essi recitano e vogliono che li si ammiri, – tutto il loro spirito è in questa volontà.
Essi rappresentano sè stessi, inventano sè stessi; vicino a loro mi piace guardare la vita, – ciò guarisce la malinconia.
Per questo io risparmio i vanitosi, perchè essi sono i medici della mia malinconia, e mi tengono avvinto all'uomo come ad uno spettacolo.
E poi: chi può misurare al vanitoso tutta la profondità della sua modestia? Io provo per lui benevolenza e compassione a causa della modestia.
Da voi egli vuole la fede in sè stesso; egli si nutre dei vostri sguardi, mangia la lode dalle vostre mani.
Egli crede pure alle vostre bugie, purchè sappiate mentir bene: giacchè nell'intimo del suo cuore egli sospira: «che sono io?».
E la vera virtù è quella che ignora sè stessa; ebbene il vanitoso ignora la propria modestia!
Ma questa è la mia terza prudenza umana, non permettere che la vista dei cattivi mi sia fatta sgradevole dalla vostra paura.
Io sono beato nel vedere i prodigi che fa schiudere il sole ardente: tigri e palme e serpenti a sonagli.
Anche tra gli uomini v'ha una bella razza covata dall'ardore del sole e molte cose mirabili nei malvagi.
Ma come i vostri più savi non mi sembrano poi tanto savi: così trovai anche l'umana perversità minore della sua fama.
E spesso mi chiesi scuotendo il capo: Perchè far tintinnare ancora il vostro sonaglio, o serpenti?
In verità, anche per il malvagio v'è un avvenire! E la più ardente plaga meridionale non fu ancora scoperta dall'uomo.
Quante cose sembrano ora il colmo della perversità, che però non misurano più di dodici piedi e di tre mesi!
Ma appariranno un giorno, nel mondo, draghi assai più grandi.
Perchè al superuomo non manchi il suo drago, il superdrago degno di lui: bisogna che molto ardente sole riscaldi ancora l'umida foresta vergine!
È necessario che prima i vostri gatti selvaggi siano divenuti tigri, e i vostri velenosi rospi coccodrilli: affinchè il buon cacciatore abbia una buona caccia!
E in verità, o buoni e giusti! Molte cose in voi sono degne di riso, e soprattutto il vostro timore di ciò che finora si chiamò il «demonio!».
Siete così stranieri a quanto è grande, con l'anima vostra, che il superuomo v'apparirebbe terribile nella sua bontà!
E voi, savi e dotti, voi fuggireste dall'ardente sole della sapienza, dove il superuomo bagna giocondo la sua nudità!
O voi sommi uomini, che incontrò il mio sguardo!
Ecco il mio dubbio e il mio segreto riso sopra di voi: io indovino che il mio superuomo – lo chiamereste demonio!
Ah, divenni stanco di questi sommi, di questi ottimi: la loro «altezza» m'ispira il desiderio di salire più in alto, fuori, lontano, verso il superuomo!
M'assalì un terrore, quando vidi quegli ottimi, nudi: e mi crebbero allora le ali per volare lontano nei remoti futuri.
Nei remoti futuri, in meriggi più ardenti di quelli sognati dagli artisti: laggiù dove gli dèi si vergognano delle loro vesti!
Ma voglio vedervi travestiti, o miei vicini e compagni: e ben adornati, e vani e dignitosi come «i buoni ed i giusti».
E verrò pur io a sedere travestito in mezzo a voi – per potermi ingannare sul conto mio e sul vostro: giacchè questa è l'ultima mia prudenza umana.

Così parlò Zarathustra.

F. Nietzsche

sabato 28 dicembre 2013

La prima volta che ho visto i fascisti


''Carne da macello per assetati di potere''



“I fascisti? Facciamo presto: erano i più idioti del paese”. 
Con questa frase si aprivano spesso i racconti dei vecchi che interpellavo da piccolo quando volevo qualche racconto di guerra, oppure quando si guardavano vecchie foto di quegli anni. 
Ad un certo punto ho anche creduto ad una forma di demonizzazione che ex partigiani e comunisti affibbiavano senza condizioni ai loro naturali nemici. Perché si sa, non si può fare di tutti gli idioti un Fascio… 
E invece sbagliavo. In questo caso è tutto vero. 
Fascista era uno che quando andò a militare e quando l'ufficiale gli chiese cosa rappresentasse la bandiera tricolore, egli rispose con orgoglio “la Maria Josè”. 
Fascisti erano le camicie nere che in piazza a Suzzara (Mantova) guardavano l'esibizione di un musicista di strada che cantava “Vincerem, vincerem…” e intanto camminava all'indietro. I gendarmi fascisti ridevano del musicista, la gente rideva dei fascisti.
Ci sarebbero molti altri episodi, ma basta dire che quei tizi si erano persuasi che gli italiani fossero un popolo guerriero destinato a grandi conquiste su scala planetaria. 
Poi c'erano le storie di guerra che confermavano il detto secondo cui “un idiota è pericoloso, un idiota in divisa [specialmente nera, N.d.A.] lo è doppiamente”. Mi rendevo anche conto che le semplici ed istintive emozioni ed impulsi di un idiota potevano essere facilmente manipolati e scatenate a piacimento da un furbo qualsiasi. Sul fronte jugoslavo alcuni futuri partigiani avevano sentito nel campo base le urla dei combattenti di Tito seviziati in una casupola, avevano visto civili disposti sul bordo di una fossa comune e mitragliati direttamente dentro, avevano ritrovato cadaveri di camicie nere cadute in mano nemica nudi, con le mani legate e un paletto di legno nel culo. 
Nei primi anni '90 del secolo scorso, raggiunti i 12 anni, mi ero fatto la convinzione che i fascisti fossero definitivamente sprofondati all'inferno, divorati dallo stesso demone che idolatravano ed agitavano come uno spauracchio. Quelli che erano rimasti passavano una vecchiaia piena di fantasmi rinchiusi in belle villette a schiera insieme ai loro figli destrorsi moderati. 
Questa era più o meno la mia idea. 
Poi il primo giorno sul pullman che portava alle scuole medie, mi vedo tre o quattro corpulenti pluribocciati con peluria in faccia che molestavano i “piccoli” (e quello me lo aspettavo) e che allietano il viaggio con cori da stadio sugli ebrei, saluti romani, “sieg heil”, disquisizioni sulle gesta del Duce e del Fuhrer, sketch esilaranti sul tipo: “se avrò due figli maschi li chiamo Benito e Adolfo” ecc. Ecco, questo me lo aspettavo meno. 
Non ero sotto shock o spaventato o qualcosa di simile. Ero perplesso. Possibile che a quegli elementi non fosse giunta la notizia di cosa avevano combinato fascisti e nazisti cinquant'anni prima? Nessuno gliel'aveva detto, com'era successo nel mio caso? In verità conoscevo il background di qualcuno di loro e sapevo che i loro genitori non erano affatto fascisti e nemmeno di destra, forse addirittura comunisti. Allora perché quelle scenate? Perché erano ignoranti, non sapevano niente di niente, si portavano dietro lacune culturali pazzesche persino per dei ragazzini. In più arrivai a stabilire che il fascismo è l'ideologia perfetta per chi cerca sicurezza e certezze assolute, coraggio ed orgoglio, senso d'appartenenza a qualcosa di solido come la roccia che è possibile concretizzare in un leader da venerare, in una bandiera da sventolare, in un a terra da proteggere o conquistare. Ti seducono con i riti, i gesti, le frasi forti, i dogmi pratici ed immediati; ti offrono uno sfogo giustificabile sbrigativamente per tutta la tua carica di violenza ed aggressività. 
Quella gente, mi dissi, non erano i veri fascisti. Era un fascismo imbastardito con le pratiche ultras-calcistiche e il bullismo di periferia. Quei ragazzi usavano l'ideologia più intollerabile come si mangiano certi piatti cinesi: dalla pentola ribollente piena d'ingredienti di cui non riesci mai capire il nome prendi solo ciò che ti piace e ti attira in quel momento. 
L'anno successivo cominciai a coltivare l'interesse per la storia militare che avevo sin da piccolo. Scoprii che mentre a tutti, nella classe, non fregava una beneamata fava di quell'argomento c'era invece un ragazzo, M.A., che ne parlava volentieri, anche se alla teoria preferiva la pratica. Nel senso che prese confidenza e cominciò a portarmi a scuola, nascosti nello zaino, un sacco di oggetti che riteneva complementari alle mie letture: pistole soft-air, coltelli, distintivi e fregi del battaglione paracadutisti, pubblicazioni con i trucchi del perfetto mercenario, munizioni (vere) calibro .357 Magnum. Cominciai ad insospettirmi. Come mai uno di 13 anni possedeva tutte quelle cose? Erano di suo padre? Mio padre non ce li aveva mica tutti quegli aggeggi. 
Poi un giorno un altro ragazzo, parlando di cazzate varie, mi fa: “Lo sai? Sono stato a casa di M.A. e nell'ingresso c'ha un busto di bronzo di…come si chiama…dai, quello pelato: Mussolini!. 
Cazzo, M.A. era un fascista vero, non come quelli del pullman. Avrei dovuto sospettarlo. Eppure lui sembrava una persona fondamentalmente buona, era meno violento di tanti altri. Allora, forse, la sua famiglia era fascista ma lui no, possibile che esistessero situazioni simili? Condussi una piccola indagine, arrivando ad ottenere i seguenti dati. 
Il padre di M.A. era infatti un noto militante di estrema destra, fascista convinto e “praticante”. Guardia giurata di mestiere, possedeva una ricca collezione di fucili, pistole e coltelli. Si era reso noto alle autorità per una serie di aggressioni e pestaggi ai danni di zingari ed extracomunitari. Custodiva nel comodino una videocassetta porno dove una donna se la faceva con un cavallo. 
La dottrina fascista era stata trasmessa a M.A. dal padre. Il ragazzo era una persona fondamentalmente buona, non l'ho mai visto esercitare violenza od arroganza con nessuno in classe o nei corridoi, solo che l'ambiente di odio nel quale cresceva lo stava lentamente contaminando in un processo irreversibile. Non si trattava di odio costruttivo, di quello che ti spinge a lottare, che spezza catene, che abbatte muri. Il fascista più che altro prova una specie di sterile rancore verso qualcosa che nemmeno conosce, perché il fascista è nemico giurato dell'approccio critico alla storia e dello sforzo della comprensione, due fardelli del resto incompatibili col suo freddo mondo di clichés ammuffiti e semplici verità di comodo che trasformano il mondo in una caserma, vale a dire l'infantile paradiso che ogni imbecille apprezza per la sua impeccabile funzionalità regolata dalla più spietata disciplina. 
Dopo aver raggiunto quelle conclusioni, dopo essere uscito dalla fase “racconti di guerra”, ho cominciato ad accorgermi dei fascisti più o meno latenti che sopravvivono nelle pieghe della sgangherata struttura sociale italiana. 
Sono fascisti i consiglieri comunali protettori della cultura bottegaio-forcaiola tipica del nostro Nord, sono fascisti i buttafuori dei locali che umiliano punk, extracomunitari e gay davanti al gregge che osserva a testa bassa, sono fascisti (e qua cito le testimonianze dirette del mio amico Gaspa, di leva nei CC a Gorizia) i carabinieri che tengono la foto del Duce nell'armadietto, che sospirano “Ah, quando c'era lui…”, quelli che di rientro dalla pattuglia notturna lavano il cofano della macchina ed i manganelli coperti di “sangue di negro”. 
Qualche giorno fa, in una notte ancora fredda, ho rivisto M.A. da lontano: anfibi lucenti, jeans stretti, bretelle a penzoloni, bomber del “Fronte Skinheads Italia”. Era di passaggio, con un altro camerata, nel cortile del castello di Carpi, proprio di fianco alle alte steli di cemento coi nomi dei deportati nei campi di sterminio tedeschi. 
Osservavo i due ragazzi e le lapidi e non trovai niente di meglio che pensare ad un'ipotetica fotografia della scena dal titolo “Vittime (volontarie e non) dell'ideologia fascista”.

Jules

giovedì 26 dicembre 2013

CLASSE MEDIA BLUES



Non possiamo lamentarci.
Abbiamo da fare. 

Siamo sazi. 
Mangiamo.

Cresce l’erba, 
il prodotto sociale, 
l’unghia delle dita, 
il passato.

Le strade sono vuote. 

Le chiusure sono perfette. 
Le sirene tacciono. 
Questo passa.

I morti hanno fatto il loro testamento. 
La pioggia è cessata. 
La guerra non è stata dichiarata. 
Questo non è urgente.

Noi mangiamo l’erba. 

Noi mangiamo il prodotto sociale. 
Noi mangiamo le unghie. 
Noi mangiamo il passato.

Non abbiamo nulla da nascondere. 
Non abbiamo nulla da perdere. 
Non abbiamo nulla da dire. 
Abbiamo.

L’orologio è caricato. 
La vita è regolata. 
I piatti sono lavati. 
L’ultimo autobus sta passando. 

È vuoto.

Non possiamo lamentarci.

Cosa aspettiamo ancora?

(Hans Magnus Enzensberger)