martedì 13 agosto 2013

L'INDIVIDUO PROPRIETARIO



PARTE SECONDA --- IO

L'INDIVIDUO PROPRIETARIO



Potrò io conquistar me stesso e ciò che è mio per opera del liberalismo?
Chi è il "prossimo" pel liberalismo? L'uomo! Sii uomo (e tu sei tale) e il liberale ti chiamerà fratello. Egli non si curerà affatto delle tue opinioni personali, dei tuoi gusti o de' tuoi capricci privati purché scorga in te l' uomo.
Ma poiché egli poco o nulla si cura di ciò che tu sei privatamente, anzi se vuole essere coerente ai suoi principi non dà a questo alcuna importanza, egli non vede se non quel che tu sei in astratto. Con altre parole: egli non vede in te il tuo essere individuale, bensì la specie; non Pietro o Paolo, ma unicamente l'uomo; non però l'uomo reale, l'Unico, bensì l'essenza o il concetto dell'uomo; non l'individuo in carne ed ossa, sì invece lo spettro-uomo. Se tu fossi semplicemente Pietro, non saresti suo uguale, perchè egli e Paolo e non Pietro.
Quale uomo soltanto tu sei uguale a lui. E siccome sotto forma di Pietro tu non esisti per lui — se davvero egli sia un liberale e non già un egoista incosciente — cosi egli si è reso molto facile l' "amore fraterno del prossimo" egli non ama in te Pietro, cui non conosce e non vuole conoscere bensì l'uomo.
Lo scorgere in te ed in me null'altro che l'uomo, si chiama esagerare sopra misura la teorica cristiana secondo la quale gli uomini non rappresentano che un concetto (per esempio, il concetto di esseri chiamati alla beatitudine eterna, ecc.).
Il Cristianesimo propriamente detto ci accomuna ancora sotto un concetto universale: "Noi siamo i figli d'Iddio" e lo "spirito di Dio ci agita" (Rom. 8, 14). Non tutti però possono vantarsi d'essere figli di Dio, poiché lo stesso spirito che ci rende testimonianza che noi siamo i figli d'Iddio, ci rivela anche quali siano i "figli del demonio" (Rom. 8, 14). Ora un uomo, per esser figlio di Dio, non deve esser figlio anche del demonio: la figliolanza di Dio esclude dunque certi determinati uomini. Per contro a noi, per essere figli dell'uomo, cioè uomini, basta far parte della specie umana, esser altrettanti esemplari d'una medesima specie.
Il mio io individuale non deve importare a te, che sei buon liberale, poiché ciò è per me faccenda privata; ti basta che siamo figli della stessa madre, cioè della specie umana; quale figlio dell'uomo io sono uguale a te.
Che cosa sono io adunque per te? Forse l'essere in carne ed ossa: che tu vedi? Tutt'altro.
Questo io vivente, con i suoi pensieri, le sue risoluzioni e le sue passioni, rappresenta ai tuoi occhi una "cosa particolare" della quale "te nulla importa, una "cosa a sé". Quale "cosa per te" io non esisto che come concetto, — concetto della specie, uomo, del quale è affatto indifferente se ha nome Pietro o Paolo. Tu non vedi in me qualcosa che esiste in realtà, bensì qualcosa d'irreale, uno spettro, in una parola: l'Uomo.
Nel corso dei secoli dell'êra cristiana noi proclamammo nostro eguale le genti più diverse, però sempre in proporzione del grado di spirito che da loro ci attendevano, accogliendo per esempio quelli il cui spirito sentiva il bisogno d'una redenzione, poi tutti quelli che erano animati dallo spirito di rettitudine, finalmente tutti coloro che avevano spirito e faccia umani. Cosi variò il principio dell' "eguaglianza".
L'eguaglianza, intesa quale parità degli spiriti umani, comprende certo tutti gli uomini; chi infatti potrebbe negare che noi uomini possediamo uno spirito umano, o meglio che non possediamo nessun altro spirito all'infuori dell'umano?
Ma con ciò abbiamo noi forse avanzato il Cristianesimo pur d'un solo passo? Un tempo si esigeva da noi che avessimo uno spirito divino, ora ci si richiede uno spirito umano; ma se il divino non giungeva ad esprimere compiutamente la nostra essenza, come potrà lo spirito umano rivelare tutto quello che noi siamo? Feurbach, per esempio, crede che, umanizzando ciò ch'è divino, si sia trovato la verità. No, se Dio ci ha torturati, l'uomo può bene infiggerci torture ancor maggiori. A dirla in breve, il fatto d'esser uomini non è di alcuna rilevanza per noi se anche non vi si aggiunga qualche carattere che ci distingua da tutti gli altri e che in proprio ci appartenga.
Tra l'altro io sono anche uomo, allo stesso modo che sono anche un essere vivente, un animale, o un europeo, un berlinese, ecc. Ma se alcuno volesse tenermi in pregio soltanto perchè sono uomo o perchè sono berlinese, egli mi dimostrerebbe una stima assai indifferente. E perchè? Perché egli non stimerebbe che una sola delle mie qualità, ma non già la mia individualità.
La stessa cosa è in rapporto allo spirito. Uno spirito cristiano, retto, può, esser una proprietà da me acquisita, ma io non sono quello spirito; quello spirito appartiene a me, non io a lui.
Nel liberalismo noi vediamo adunque soltanto la continuazione del disprezzo cristiano per l'io. Invece di prendermi tal quale io mi sono, si pretende di considerar soltanto le mie qualità, (159) le mie proprietà, e si conclude con me un'alleanza onesta; si cerca quello che io posseggo, non già quello che io sono. Il cristiano si attiene al mio spirito, il liberale alla mia umanità.
Ma se lo spirito, che vien riguardato non quale una proprietà dell'io vivente, ma come l'io stesso propriamente detto, è uno spettro, anche l'uomo del quale non si vuol riconoscere l'individualità ma l'io astratto, non è altro che uno spettro, un'idea, un concetto.
Perciò il liberale s'aggira entro la medesima cerchia in cui si avvolge il cristiano, perchè lo spirito dell' umanesimo, vale a dire l'uomo, alberga in te, come alberga in te lo spirito di Cristo.
Siccome esso è in te come un secondo io (quantunque questo secondo io sia anche il migliore), esso per te resta confinato in un di là, quale un' ideale, e tu devi aspirare ad essere interamente l'uomo. Un intento altrettanto infruttuoso quanto quello del cristiano di diventare interamente uno spirito beato!
Ora si può affermare che, proclamando l'uomo il liberalismo altro non ha fatto che recare all'ultima conseguenza il principio del Cristianesimo, il quale sin dalle sue origini non s'era proposto altro fine se non quello di attuare il concetto del "vero uomo". Da ciò proviene l'illusione che il cristianesimo assegni un valore immenso all'io, come parrebbe rivelarsi dal dogma dell'immortalità, dalla cura delle anime, ecc. No, tale valore il Cristianesimo lo attribuisce all'uomo solamente. L'uomo solo è immortale; io sono tale perchè uomo. Infatti il Cristianesimo doveva insegnare che tutti sono uguali dinanzi a Dio come il liberalismo insegna che tutti sono uguali dinanzi alla legge. Ma l'una e l'altra eguaglianza si riferiscono non all'individuo sì all'uomo. Io sono immortale come uomo. In uno stesso senso si dice che il re — come tale — non muore. Muore Luigi, ma il re rimane. Del pari io muoio — ma il mio spirito, l'uomo, rimane.
E per identificarmi interamente coll'uomo si è trovato e affermato il principio che io devo farmi conforme alla vera essenza della specie (p. es. Marx negli Annali franco-germanici, pag. 197).
La religione "umana" non è che l'ultima forma della religione cristiana. Il liberalismo è religione in quanto separa il mio essere da me stesso e lo pone al disopra di me, perché innalza l'uomo alla stessa guisa che le religioni innalzano i loro dei o idoli, perchè di ciò ch'è mio egli fa qualcosa di trascendentale, e, in generale, perchè delle mie qualità, della mia proprietà, egli fa una cosa straniera, un'essenza, in breve perchè mi assegna un posto tra gli uomini e con ciò mi attribuisce una predestinazione. Ma anche nella forma il liberalismo si manifesta quale religione allorquando egli vuole che in codesto "ente supremo", l'uomo, si abbia una credenza "religiosa" una credenza che a suo tempo si chiarirà animata e pervasa di fanatico zelo. Uno zelo che sarà invincibile, (Br. Bauer, La questione giudaica, pag. 61). Ma siccome il liberalismo è religione umana, quegli che professa il liberalismo è tollerante verso coloro che professano un'altra religione (la cattolica, l'ebraica, ecc.), allo stesso modo che Federigo il Grande era tollerante verso chiunque adempiva ai suoi doveri di suddito, lasciando poi libero ognuno di acquistarsi la beatitudine eterna come meglio credesse. Questa religione si vuole ormai innalzata al grado di religione universale, separandola da tutte le altre che si considerano quali follie private, ma che si tollerano per la loro inconcludenza.
Si può chiamarla la "religione dello Stato", la religione dello Stato libero, non già nel senso, sin qui accettato, ch'essa sia la religione preferita o privilegiata dello Stato, bensì perchè essa è la religione che lo Stato libero è, non solo autorizzato, ma bensì obbligato a pretendere rispettata e osservata da ognuno dei suoi, sia poi questi privatamente ebreo o cristiano. Essa rende cioè gli stessi servigi allo Stato che la pietà figliale rende alla famiglia. Perché l'esistenza della famiglia possa esser riconosciuta da ogni singolo dei suoi membri, è necessario che i vincoli del sangue gli sieno sacri e ch'egli nutra un senso di pietà, di rispetto verso quei vincoli, si che ogni consanguineo diventi per lui cosa sacra. E così pure ad ogni membro d'una comunità la comunità stessa dev'esser sacra, e quel concetto che per lo Stato è il supremo dev'esser il supremo anche per lui.
Ma quale concetto è il supremo per lo Stato? Certamente questo: formare una comunità realmente umana, una società nella quale possa esser accolto ognuno che sia veramente uomo, cioè che non sia inumano. Per quanto grande possa esser la tolleranza di fronte al barbaro, di fronte al non-uomo essa viene meno. Eppure se quel barbaro è un uomo, anche l'inumano è tale. Si: ma quantunque l' inumano sia anch'esso un uomo, lo Stato cionondimeno lo respinge: cioè lo chiude in un carcere; di compagno dello Stato lo muta in compagno di prigione (o in compagno di manicomio o d'ospedale secondo i principi del comunismo).
Dire che cosa sia all'incirca un essere antiumano non è difficile: è un essere che non corrisponde all'idea dell'uomo. La logica chiamerebbe questa sentenza un controsenso. Si può infatti esprimere un giudizio sì fatto: che vi possa essere un uomo che non sia uomo, se non si muove dall'ipotesi che il concetto dell'uomo possa esser separato dalla sua esistenza, e la essenza di esso dal fenomeno? Si dice: questo è apparentemente un uomo ma non è tale in realtà.
Questo "giudizio-controsenso" gli uomini l'hanno espresso pel corso di molti secoli!
E — cosa singolare — in tutto quel corso di tempo non ebbero esistenza che esseri antiumani. Quale singolo individuo avrebbe corrisposto al concetto ideale? Il Cristianesimo riconosce un solo "uomo", e quest'uno, Cristo, è, per converso, un anti-uomo, cioè un uomo sovrumano, un Dio.
Veramente "uomo" sarebbe dunque solo il non-uomo. Ma uomini che non sono uomini che altro sono se non fantasmi? Ma se quest' umanità che fino ad ora era esclusivamente un ideale io la faccio un attributo mio; se, in altri termini, io costringo l'uomo a non rappresentare più che il mio modo di essere sì che ciò che io compio debba dirsi umano non già perchè risponde alla nozione astratta dell'uomo, ma perchè io — essere concreto e individuale — lo compio; potrà dirsi ancora che io sia un non-uomo? Io sono realmente l'uomo e il non-uomo in pari tempo; poiché io sono uomo e in pari tempo più che uomo; o, in altre parole, io sono il soggetto di questa individualità che a me solo appartiene.
Si doveva venire a tale da non pretendere da noi d'esser cristiani, bensì d'esser "uomini".
Poiché se bene non c'era concesso di diventare veramente cristiani sì che restavamo pur sempre "poveri peccatori" (essendo il cristiano un ideale irraggiungibile), il controsenso non si rendeva tuttavia così manifesto, e l'illusione era più facile di quello che sia ora, che da noi, quantunque uomini che operiamo umanamente (ne in altro modo potremmo), si esige che dobbiamo essere uomini secondo un'astratta significazione e un ideal tipo — cioè uomini veri.
I nostri Stati odierni, tuttodì servi della religione, impongono ancora vari obblighi (per esempio la pietà) che ad essi, a dir il vero, nulla dovrebbero importare, ma, in complesso, non rinnegano il lor significato col voler esser riguardati quali società umane delle quali ogni uomo, come tale, può far parte anche quando goda di minori privilegi che non gli altri. La maggior parte d'essi ammettono i seguaci di tutte le sètte religiose, e tutte le accolgono senza distinzione di razza e di nazionalità: così, per un esempio ebrei, tedeschi, mori possono diventare cittadini francesi.
Lo Stato adunque nell'accoglierli riguarda in essi l'uomo unicamente. La Chiesa, essendo una società di credenti, non potrebbe accogliere nel proprio seno ogni uomo; lo Stato, quale una società d' uomini, lo può.
Ma allorquando lo Stato avrà recato alle ultime conseguenze il suo principio di non ammettere nei suoi membri se non la lor sola qualità di uomini (oggi persino gli americani del Nord esigono dai cittadini che abbiano una religione, per lo meno quella della rettitudine), egli si sarà scavato la propria fossa. Mentre egli riterrà di possedere nei suoi null'altro che uomini, questi nel frattempo saranno diventati altrettanti egoisti, ciascuno dei quali sfrutterà lo Stato a seconda dei propri bisogni. L'egoista sarà la rovina della società umana; poiché gli egoisti non avranno più tra di loro rapporto di uomo ad uomo, bensì agiranno ciascuno per fini propri: individui contro individui, ciascuno dei quali rappresenta per gli altri qualche cosa, non pur di distinto, ma di opposto.
Tener conto della nostra umanità, significa per lo Stato tener conto della nostra "moralità".
Vedere in sé stesso l' uomo ed operare umanamente nei reciproci rapporti, si chiama aver una condotta morale. E una cosa che corrisponde perfettamente all' "amore spirituale" del Cristianesimo. Se io vedo in te 1’uomo, come vedo l'uomo in me, io avrò cura di te come l'avrei di me stesso, perchè noi non rappresentiamo altro che l'assioma matematico          A =  C e B = C, quindi A = B. In altri termini: io non rappresento che un uomo e tu del pari; dunque io e tu rappresentiamo la medesima cosa. La moralità non si confà con l'egoismo, poiché essa non ammette l'io bensì soltanto l'uomo ch'io rappresento. Ma se lo Stato è una società d' uomini, e non un'associazione d'altrettanti esseri ognuno dei quali non si cura che di sé stesso, è manifesto ch'esso non può esistere senza la moralità e che deve tenerne conto.
Perciò noi due lo Stato ed io — siamo nemici. A me, che rappresento l'egoismo, nulla importa del bene della "società umana"; nulla io le sacrifico, ne d'altro mi curo che di adoperarla ai miei fini; e per poterla meglio sfruttare io la faccio mia proprietà, mia creatura; io la distruggo e metto al suo posto una società d'egoisti.
Così lo Stato mi si rivela nemico col pretendere, prima, da me che io sia uomo (la qual cosa presuppone che io possa anche non esser tale e ch'esso possi avermi in concetto di "inumano"), poi con l'impormi di nulla fare di ciò che potrebbe metter in pericolo la sua esistenza, quasi che questa mi debba essere sacra. Per lo Stato io non devo essere un egoista, bensì un uomo di retto pensare, cioè un uomo morale. Col che egli viene in somma a pretendere di ridurmi all'impotenza.
Uno Stato tale — non già quello tuttora esistente, bensì uno Stato futuro, ancor da creare — è l'ideale del liberalismo progressista. Questo sogna una "vera società umana", nella quale ogni uomo possa trovare posto. Il liberalismo intende ad attuare il concetto dell'uomo, a creare cioè un mondo, che sarebbe il mondo umano o la società umana universale (comunista). Si disse: la Chiesa non poteva prendere in considerazione che lo "spirito", ma lo Stato deve considerare l'uomo tutto intero (HESS, Triarchia, pag. 76). Ma l'uomo non è forse anche spirito? Il nucleo dello Stato è l'uomo, concetto astratto, e lo Stato non è che una società d'uomini. Il mondo creato dal credente (dallo spirito religioso) si chiama Chiesa, quello creato dall'uomo (spirito umano) si chiama Stato. Ebbene, questo non è il mio mondo. Io non opero mai umanamente "in astratto", bensì a seconda delle mie qualità; le mie azioni differiscono dalle azioni di qualsiasi altra persona, e appunto per questa differenza il mio modo d'operare è cosa mia. La parte umana che v'ha in esso è come tale un'astrazione, cioè spirito. Bruno Bauer (Questione ebrea, p. 87) conferma che la verità della critica è la verità ultima ricercata dal Cristianesimo, cioè "l'uomo".
Egli dice: "La storia del mondo cristiano è la storia della suprema lotta per la verità, poiché in essa — e soltanto in essa — si tratta della conquista dell'ultima che è anche la prima verità: la conquista dell'uomo e della libertà".
Ebbene, accettiamo questa conquista: e supponiamo pure che l'uomo sia il risultato finale, lungamente ricercato dall'indagine cristiana e in genere dalle aspirazioni religiose e ideali degli uomini. Sia: ma chi è l'uomo? Io sono tale! L'uomo, fine e risultato del Cristianesimo, è, quale individuo, il principio della storia moderna che non è già una storia di uomini in astratto, ma di individui.
L'uomo — si oppone — rappresenta l'universale. Ebbene, se così è, l'individuo e l'egoismo saranno il vero universale poiché tutti sono egoisti e non v'ha alcuno che non debba posporre gli altri a se stesso. L'ebreo non è interamente egoista, perchè egli si dà ancora a Jeova: il cristiano nemmeno perchè egli vive della grazia divina ed è ad essa soggetto. Tanto l'ebreo quanto il cristiano non soddisfano che a certi loro bisogni, non già a sé stessi: ciascun di essi è egoista a mezzo, mezzo uomo e mezzo ebreo, mezzo uomo e mezzo cristiano, mezzo padrone e mezzo schiavo. Per questo ebrei e cristiani si escludono reciprocamente a metà, cioè s'affratellano quali uomini, ma si escludono poi quali schiavi perchè entrambi sono schiavi di due padroni diversi.
Se potessero essere egoisti perfetti essi si escluderebbero interamente. Il male non è già nell'escludersi, ma nell'escludersi solo a metà. Per contro Bauer pensa che ebrei e cristiani non possono considerarsi quali uomini se non allorquando abbiano ripudiati i caratteri particolari che li distinguono e riconosciuta quale lor propria l'essenza generale dell'uomo. A suo modo di vedere l'errore degli ebrei e dei cristiani sta in ciò che essi vogliono essere ed avere alcunché di proprio, anziché contentarsi d'esser uomini e d'aspirare a cose umane, ad ottenere cioè i "diritti universali dell'uomo". Egli ritiene che il loro errore fondamentale consista nella credenza ch'essi sono "privilegiati", che possiedono delle "prerogative"; in generale dunque nella loro credenza in un privilegio. Ed egli oppone loro il diritto universale dell'uomo.
Il diritto dell'uomo!
L'uomo è l'uomo in genere e tale è ognuno in quanto è uomo. Ora ognuno dovrebbe possedere gli eterni diritti dell'uomo e nella perfetta società democratica o — come si dovrebbe chiamarla più acconciamente — antropocratica, ne dovrebbe godere, secondo l'opinione dei comunisti. Ma solo io ho tutto quello che so procurarmi; quale uomo non ho nulla. Si vorrebbe che all'uomo convergessero tutte le cose buone, solamente perché egli ha il nome di uomo. Ma io proclamerò me stesso il mio io, non già l'ente uomo.
L'uomo per me non è che una mia qualità (o proprietà) come l'esser maschio o femmina. Gli antichi ponevano l'ideale umano nel dimostrarsi maschio in tutto il senso della parola; nella "virtus" o areth vale a dire nella virilità. Che cosa si dovrebbe pensare di una donna la quale non volesse essere perfettamente donna? Esser tale non è possibile a tutte, e per molte di loro questa sarebbe una mèta inarrivabile. "Femmina" ciascuna è invece già per sua natura: la femminilità è la sua qualità, ed essa non ha bisogno di ricercare la vera femminilità perchè già la possiede. Io sono uomo allo stesso modo che l'astro è astro. Allo stesso modo che sarebbe ridevole il pretendere dalla terra che essa fosse un "vero astro", altrettanto è vano il ricercare da me ch'io sia un vero uomo.
Quando Fichte dice: l' "io è tutto" parrebbe ch'egli affermasse cosa in armonia con la mia tesi.
Ma non già l'io è tutto, bensì l'io distrugge tutto — soltanto l'io che dissolve sé stesso, l'io finito è il vero io. Fichte parla dell' io assoluto, ma io parlo di me, dell'io passeggero.
Facilmente potrebbe credersi che uomo ed io significhino la stessa cosa: e pure si vede, per esempio in Feuerbach, che l'espressione "uomo" designa l'io assoluto, la specie, e non l'io singolo passeggero. Egoismo ed umanità dovrebbero significare la stessa cosa: e pure a detta di Feuerbach il singolo (l'individuo) non può innalzarsi che al disopra delle barriere, della sua individualità, non al disopra delle leggi, delle disposizioni positive degli esseri della sua specie (Essenza del cristianesimo, II, pag. 400). Ma la specie non è nulla; e se il singolo si innalza al disopra delle barriere della sua individualità, egli ciò fa quale singolo, egli esiste perchè si innalza, egli esiste solo perchè non rimane fermo; altrimenti egli non sarebbe o sarebbe morto.
L'uomo non è che un ideale; la specie non è che un'immagine. Essere un uomo non vuol già dire raggiungere l'ideale dell'uomo, bensì rappresentare sé stesso, un uomo, un singolo. Il mio compito non deve già consistere nel ricercare in qual modo io rappresenti l'universalmente umano, bensì come io sappia soddisfare a me stesso. Io sono la mia specie: sono senza nome, senza leggi, senza modelli, ecc.
Potrà accadere che di me stesso io riesca a fare ben poca cosa; ma questo poco è tutto, e vale assai più di quello che potrebbesi ottenere da me per la forza degli altri con la disciplina della morale, della religione, delle leggi, dello Stato, ecc. Molto meglio — poiché siamo a parlare del meglio — un fanciullo male educato, che non uno precocemente saggio; meglio un uomo che fa ogni cosa di mala voglia, che non uno che si sobbarca a qualunque più vil carico di buon grado.
Al male educato ed al caparbio è ancora aperta la via di poter formare se stessi secondo la propria volontà, mentre il prematuramente saggio e l'accomodevole son già predestinati ad esser foggiati secondo le esigenze della " specie ". La specie non rappresenta forse per essi la "destinazione" o la "vocazione" ? V'ha forse divario nella sostanza in ciò che per raggiungere l'ideale io rivolga i pensieri all'umanità o che li rivolga a Dio o a Cristo? Tutto al più si potrà dire: quell'ideale è più incolore di questo. Come ogni singolo rappresenta la natura tutta, così egli rappresenta anche tutta la specie.
Ciò che io sono determina indubbiamente tutto quello che io faccio, penso, ecc.; in breve ogni manifestazione della mia persona. L'ebreo, per esempio, non può volere che in tal modo o in tal'altro, non può insomma rivelarsi che per quello che è; il cristiano non può manifestarsi che cristianamente. Se ti fosse possibile di non esser nient'altro che ebreo o cristiano, tu certamente non ti manifesteresti che giudaicamente o cristianamente; ma poiché ciò non è possibile, così con tutto il tuo buon volere tu rimani un egoista, cioè un peccatore in rapporto a quel tuo concetto.
Siccome l'egoismo fa capolino da per tutto, così si è ricercato un concetto più perfetto, il quale potesse esprimere interamente tutto quello che tu sei. E il più perfetto di tali concetti parve essere l' "uomo". Quale ebreo tu sei troppo poco, e il giudaismo non è il tuo fine; l'essere greci o tedeschi non basta: sii un uomo e tu avrai tutto; poiché tu devi riporre nell'umano ogni tua cura.
Ormai io so quello che devo fare, e posso accingermi a comporre il catechismo nuovo. Anche qui il soggetto è nuovamente sottomesso al predicato, il singolo alla generalità; un'altra volta è assicurato il dominio di un'idea, un'altra volta sono poste le basi di una nuova religione. Questo è un progresso nel campo religioso, e specialmente nel campo cristiano, ma non un passo di più oltre quel campo.
Un tale passo condurrebbe all'indicibile. Per l'io il misero linguaggio non ha alcuna parola, e la parola, il "logos", applicato all'io è semplicemente un'espressione vana.
Si ricerca la mia essenza, e la si ritrova nell' uomo.
Io ripugno a me stesso; sento paura e schifo di me stesso; non basto a me stesso; non faccio abbastanza per me stesso. Da tali sentimenti scaturisce la dissoluzione dell'io, l'autocritica.
Incominciata con la rinnegazione dell'io, la religiosità si chiude colla autocritica assoluta.
Io sono ossesso e voglio liberarmi dallo "spirito maligno". In qual modo ci riuscirò? Io commetterò a cuor leggero il peccato più tristo agli occhi d'un buon cristiano, il peccato contro lo spirito santo. "Chi bestemmia contro lo spirito santo, non sarà perdonato in eterno, e si renderà meritevole di dannazione senza fine". Io non domando perdono e non temo il giudizio universale.
L'uomo è l'ultimo spirito maligno, l'ultimo tristo fantasma, il più terribile degli ingannatori, il più astuto mentitore dal viso falsamente ingenuo, il padre della menzogna.
Rivolgendosi contro le pretese ed i concetti del presente, l'egoista traduce inesorabilmente in atto la più smisurata profanazione. Nulla gli è sacro !
Sarebbe stolto affermare che non vi sia alcun potere superiore al mio. Tuttavia la posizione che io assumerò di fronte a quel potere superiore sarà ben differente da quella che si assumeva nelle età religiose. Io sarò l'avversario d'ogni potere superiore, mentre la religione c'insegnava a cercar d'amicarcelo con l'adulazione e con l'umiliazione.
Il profanatore adoprerà le sue forze contro ogni timor di Dio, poiché il timor di Dio lo costringerebbe a venerare ogni cosa tenuta per sacra. Che sia Dio o l'uomo che nell'uomo-Dio esercita il potere sacro, che noi alla santità di Dio o a quella dell'uomo rivolgiamo i nostri omaggi, ciò nulla importa all'essenza del timor di Dio: l'uomo divenuto essere supremo sarà oggetto della stessa venerazione che il Dio: entrambi ricercheranno da noi e ci imporranno timore e rispetto.
Il vero timore di Dio da lungo tempo è scosso: un ateismo più o meno cosciente, riconoscibile per un diffuso anticlericalismo, è divenuto involontariamente di moda. Però quello che fu tolto a Dio fu aggiunto all'uomo, e la potenza dell' umanità s'accrebbe in proporzione di ciò che veniva a mancare alla religione; " l'uomo " è il Dio dell'oggi e il timore dell'uomo è sottentrato al timor di Dio.
Ma siccome l' uomo non rappresenta che un altro "ente supremo", così ne consegue che l'ente supremo ha subito una semplice modificazione e che il timore dell'uomo non è che il timor di Dio sotto mutata forma.
I nostri atei sono gente pia.
Se nei cosiddetti tempi feudali noi riconoscevamo il possesso di ogni cosa alla grazia divina, nel periodo liberale noi siamo vassalli dell'uomo. Il padrone, il mediatore, lo spirito era Dio prima, ora è l'uomo. Sotto questo triplice rapporto il vassallaggio è mutato. Poiché oggidì in primo luogo noi abbiamo in feudo dall'uomo onnipotente la nostra potenza, la quale, provenendo da un essere più elevato, non si chiama potenza o forza, bensì "diritto"; abbiamo poi in feudo dall'uomo la nostra condizione nel mondo, imperocché egli, il mediatore, è l'arbitro dei nostri rapporti, i quali per conseguenza non possono essere che umani: infine teniamo da lui in feudo noi stessi, cioè il nostro proprio valore, o quello che noi siamo, nel mondo. Poiché nulla siamo, se esso, l'uomo, non risiede in noi, e se noi non siamo " umani ". — La potenza è dell'uomo, il mondo e dell'uomo, l'io e dell' uomo.
Ma non dipende forse da me il dichiarare me stesso quale mio proprio signore, mio proprio mediatore, mio proprio dominatore? Dunque io dovrò dire cosi:
La mia potenza è la mia proprietà.
La mia potenza mi concede la proprietà.
Io sono la mia potenza, per essa io sono proprietà di me stesso

Max Stirner

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